Giugno 4, 2020

Un dono da salvaguardare – La biodiversità

By Selene Righi

Nella terra convivono circa 1.900.000 specie viventi, vere e proprie risorse dalle quali è possibile ricavare medicinali, alimenti e materie prime. Questa diversità biologica dei soggetti che popolano la Terra, conosciuta con il termine biodiversità, è un dono che va protetto con tenacia, in quanto rende possibile e continuo il ciclo vitale.

L’obiettivo di questo articolo è quello di capire l’impatto dell’agricoltura sulla biodiversità e sull’alimentazione, cercando di trovare la strada per intraprendere le decisioni di politica migliori all’interno di un percorso di sviluppo sostenibile[1].

Per biodiversità s’intende la variabilità di geni, specie ed ecosistemi, incluse le loro relazioni complesse (DeLong, 1996). La diminuzione di biodiversità ha notevoli conseguenze sul benessere umano, sull’economia oltre che sulla qualità ambientale (Cardinale et al., 2012). Essa va considerata come un costituente essenziale della vita sulla Terra e in quanto tale necessaria per la fornitura dei Servizi Ecosistemici (SE) che vengono definiti dal Millennium Ecosystem Assesment (MEA, 2005)[2] come i benefici che il genere umano ottiene dagli ecosistemi. Questo fornisce una classificazione utile suddividendo le funzioni ecosistemiche[3] in quattro categorie: supporto alla vita (supporting), regolazione (regulating), approvvigionamento (provisioning) e culturali (cultural).

Queste quattro categorie includono tutti i beni ed i servizi provenienti dall’ambiente naturale utilizzati dalla società umana per soddisfare il proprio benessere. La figura sottostante evidenzia i flussi che dai SE si dipartono per sostenere direttamente o indirettamente il benessere delle diverse componenti del pianeta.


Figura 1: Classificazione dei SE secondo il MEA e relazione tra SE e benessere umano

Fonte: Millenium Ecosystem Assessment (MEA, 2005)

La crescita delle attività umane sugli ecosistemi sta portando ad un significativo aumento dei tassi di estinzioni delle specie animali e vegetali con conseguente perdita di biodiversità[4]. Tutto questo determina non solo una riduzione della qualità ambientale, ma anche una perdita della funzionalità degli ecosistemi.

L’uomo ha iniziato a distruggere gli ambienti naturali con l’avvento della prima rivoluzione industriale e se inizialmente lo faceva in maniera inconsapevole e ingenua, ad oggi le attività che mettono a rischio lo stato di salute della Terra non sembrano diminuire. L’era in cui viviamo, infatti, viene definita antropocene (Crutzen, Stoermer 2000), per il peso e l’influenza evidente dell’uomo nei processi naturali. Siamo giunti ad una fase in cu le attività antropiche hanno un impatto negativo che va ad un ritmo da 100 a 1000 volte più veloce rispetto agli ultimi 10 milioni di anni. Questo è un dato allarmante se si pensa che dal 1950 la popolazione mondiale è triplicata e la produzione economica è aumentata di 12 volte e non si appresta a rallentare.

L’integrità dell’ecosistema terrestre e la qualità dell’ambiente eviterebbero le alterazioni irreversibili dei territori favorendo l’agricoltura e la sussistenza delle popolazioni, garantendo il massimo della produzione e dei consumi compatibili con gli equilibri ecologici.

La biodiversità, che interessa di più ai fini della sostenibilità, è quindi quella legata all’integrità ecologica degli ecosistemi e quantificarla è un compito cruciale per il monitoraggio della qualità degli agroecosistemi (aree coltivate) e per ricavare informazioni per la progettazione e la gestione di modelli di agricoltura più sostenibili (Olson et al., 1995). La biodiversità che contribuisce all’agricoltura e alla produzione alimentare viene detta biodiversità per l’alimentazione e per l’agricoltura (BFA).

All’agricoltura industriale[5] e agli allevamenti intensivi sono connesse molte esternalità negative che amplificano il cambiamento climatico e il declino della biodiversità. Dato che gli agroecosistemi rappresentano oltre il 24% della superficie terrestre (MEA, 2005), è fondamentale che qualsiasi decisione in materia di biodiversità o di SE sia indirizzata anche al mantenimento della biodiversità in questi sistemi antropizzati. Spesso, non si è a conoscenza dei tanti servizi ecologici che la biodiversità svolge in agricoltura ma è certo che questi due aspetti siano strettamente intrecciati: promuovere un’agricoltura sostenibile (a cui sono connesse molte esternalità positive) è possibile se ci si pone l’obiettivo di preservare alcuni degli habitat naturali esistenti, assicurando in tal modo la disponibilità di servizi ecologici all’agricoltura. Il mantenimento e l’incremento della agrobiodiversità consentono, quindi, un uso migliore delle risorse naturali e portano alla stabilità dell’agroecosistema.

Un esempio di agricoltura sostenibile, che integra nel processo produttivo la biodiversità, è il metodo di produzione biologico che adotta un complesso di pratiche di gestione dell’agroecosistema che sono positive nei confronti della diversità, rispetto all’agricoltura convenzionale (Hole et al., 2005). In questa direzione, verso un minore impatto ambientale e più sostenibili anche in termini sociali ed economici si spinge l’agroecologia, caratterizzata da un progressivo allontanamento dal modello industriale (Barberi et al. 2017), mediante l’adozione d’innovazioni di tipo tecnologico e istituzionale.

Fino ad oggi la struttura e il funzionamento degli agroecosistemi sono dipesi soprattutto da criteri di carattere socio-economico che hanno trascurato, se non sacrificato, l’aspetto del mantenimento e della valorizzazione della biodiversità. Questa, però, ha un valore intrinseco, cioè è un bene di per sé indipendentemente dalla fruizione umana, ossia dall’uso strumentale che ne viene fatto per i bisogni umani.

Armonizzare le esigenze di alimentazione umana con quelle di protezione delle funzioni vitali dell’ambiente è senza dubbio una delle sfide più importanti che l’umanità dovrà affrontare nel prossimo futuro. Questa sfida passa necessariamente anche attraverso la progettazione e la gestione degli agroecosistemi a sostenibilità ambientale.

Negli ultimi decenni, l’importanza della biodiversità per la sicurezza alimentare e l’alimentazione, i mezzi di sussistenza rurali e costieri e lo sviluppo sostenibile più in generale, hanno acquisito un maggiore riconoscimento nelle agende internazionali (fig. 2).


Figura 2: Principali sviluppi nel riconoscimento dell’importanza della BFA

Fonte: IPBES= Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services

Sono necessarie azioni urgenti e impegno a lungo termine, sia per migliorare i molteplici contributi che BFA apporta allo sviluppo sostenibile, sia per affrontare le molteplici minacce che ne determinano la perdita. Ciò richiederà il coinvolgimento delle parti interessate a tutti i livelli, a livello nazionale e internazionale. I governi dovranno adottare misure concrete per assicurare che le loro responsabilità in questo campo siano soddisfatte, in particolare alla luce dell’importanza del BFA rispetto agli sforzi per raggiungere i “Sustainable Development Goals” (SDGs)[6]. Garantire l’uso sostenibile della BFA richiede azioni efficaci e una migliore collaborazione tra una vasta gamma di gruppi di stakeholders in diversi settori.

Dal MEA si sono moltiplicati un crescente numero di progetti internazionali con l’obiettivo di fornire maggiori e migliori dati sul significato (economico) delle perdite di capitale naturale e sulle conseguenze dell’inerzia politica[7] per la perdita di biodiversità su varie scale (globale, regionale e locale). Nel 2007, fu stilato il report “The Economics of Ecosystem and Biodiversity” (TEEB).

Successivamente, nel 2014 è stato avviato TEEB for Agriculture and Food (TEEBAgriFood) che è un progetto incentrato esplicitamente sulla valutazione delle esternalità dei cosiddetti sistemi eco-agroalimentari. Il termine intende sottolineare le interrelazioni e le dipendenze tra agricoltura e sistemi alimentari, biodiversità ed ecosistemi e sistemi umani (sociali ed economici).

È importante capire quali siano le pratiche agricole da adottare, trasferibili anche ai comparti convenzionali per aumentarne la sostenibilità e consentire un modello di consumo che potrebbe configurarsi come un importante vettore di cambiamento dei comportamenti alimentari e, più in generale, degli stili di vita, sulla scia di quelli proposti, ad esempio, dalla FAO o dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, per ridurre l’incidenza di molteplici patologie e, allo stesso tempo, contenere l’impatto ambientale (European Parliament, 2016; Ceccarelli, 2018)[8].

La sfida della sostenibilità in agricoltura consiste nel conciliare obiettivi apparentemente molto diversi tra loro in un’ottica di lungo periodo: la profittabilità dell’attività economica, la corretta gestione delle risorse naturali, la tutela dell’ambiente e l’apporto calorico necessario per soddisfare il fabbisogno nutrizionale di una popolazione mondiale in continua crescita.

È giunto il momento di individuare politiche e incentivi di mercato per un’allocazione sostenibile del capitale che tenga conto delle esternalità sociali e ambientali. Ciò implica una necessaria riallocazione del capitale verso le energie rinnovabili, l’efficienza energetica, l’agroecologia, la protezione della biodiversità e degli ecosistemi, la conservazione del suolo e delle risorse idriche. Fare in modo che politiche e mercati incorporino il deprezzamento del capitale naturale richiede un miglioramento nella capacità di valutare l’ambiente ed in particolare modo gli ecosistemi, traducendo questi valori in incentivi di mercato e correggendo le stime sulla produzione in modo da tener conto della perdita di valore dell’ambiente. Gli strumenti di valutazione economica possono aiutare a rendere più visibili i benefici e i costi della BFA e possono quindi aiutare sia a sensibilizzare maggiormente sulla necessità di conservazione sia a formulare politiche di conservazione più efficaci (FAO, 2007a; TEEB, 2018).

Le conseguenze dell’emergenza ambientale che ci stiamo trovando ad affrontare sono immaginabili e ancora troppo difficili da quantificare.  


[1] Questo viene definito come lo sviluppo in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni delle generazioni presenti, senza compromettere la possibilità delle generazioni future di far fronte ai propri bisogni (Brundtland Commission, WCED, 1987).

[2] Il Millennium Ecosystem Assesment è un progetto di ricerca internazionale istituito dal Programma Ambientale delle Nazioni Unite (UNEP) nel 2005.

[3] Si definiscono funzioni ecosistemiche: la capacità dei processi e dei componenti naturali di fornire beni e servizi che soddisfino, direttamente o indirettamente, le necessità dell’uomo e garantiscano la vita di tutte le specie.

[4] Lo stato delle specie minacciate di estinzione viene da decenni monitorato dalla World Conservation Union (IUCN) e si concretizza, in particolare, nella pubblicazione delle Red Lists o Red Books (le Liste Rosse o i Libri Rossi) cioè gli elenchi che forniscono le informazioni sullo status delle specie ed i loro diversi livelli di minaccia anche disponibili sul sito http://www.redlist.org.

[5] AFOLU (Agriculture, Forestry and Other Land Use) è direttamente responsabile di poco meno di un quarto delle emissioni antropogeniche di gas serra (IPCC 2018).

[6] Sono i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile promossi dalle Nazioni Unite da raggiungere entro il 2030;

[7] Spesso le politiche volte a promuovere la gestione sostenibile del BFA sono attuate debolmente.

[8] È da sottolineare, peraltro, che i prodotti vegetali biologici sono spesso caratterizzati da un maggiore contenuto di vit. C, polifenoli e antiossidanti e, viceversa, una minore concentrazione di azoto, metalli pesanti (cadmio e uranio) e, chiaramente, di pesticidi. Il latte e la carne, invece, presentano più elevate concentrazioni di acidi grassi omega 3 e il loro consumo è collegato a una riduzione del rischio di antibiotico resistenza (European Parliament, 2016).