Giugno 12, 2020

I pesticidi nel piatto

By Valentina Cotichella

Da quando è nata, l’agricoltura è riuscita a modificare visibilmente gli ambienti naturali in cui si è sviluppata. Da circa 10.000 anni l’uomo si è dedicato alla cura, allo studio e alla domesticazione di piante e colture utili non solo per una questione alimentare, quanto per necessità mediche, cosmetiche e così via. In tutti questi anni la conoscenza del mondo vegetale ha destato l’interesse di scienziati e pensatori, che accumulando ricchezze e saperi sempre più dettagliati, hanno sviluppato tecniche innovative e modalità diverse di fare agricoltura.

Ha avuto da sempre un’influenza profonda sulla vita degli uomini, ma negli ultimi decenni il settore primario ha subito modifiche consistenti, che hanno prodotto altrettante alterazioni, spesso irreversibili, degli ambienti naturali e della salute degli esseri viventi. La cosiddetta agricoltura moderna si è sviluppata, infatti, per far fronte alle esigenze alimentari di una popolazione mondiale che cresceva a dismisura, in particolar modo dalla fine della Seconda guerra mondiale. La crescita demografica, il boom economico, lo sviluppo tecnologico hanno fatto si che le esigenze della popolazione cambiassero radicalmente: da una situazione in cui miseria e malattie erano normalità siamo passati velocemente a vivere in una bolla di benessere. Per fare fronte alle esigenze sempre più pretenziose di una popolazione in crescita, l’industria chimica si è attivata per trovare soluzioni che velocizzassero la produzione agricola e permettessero di rispondere a una crescita esponenziale di bocche esigenti da sfamare.

La nascita di prodotti chimici di sintesi segna un punto di svolta nella storia dell’uomo, poiché da quel momento in poi si sono sviluppati sistemi agricoli veloci e proficui, a scapito del benessere e della cura nei confronti della natura. Insetticidi, erbicidi, neo-nicotinoidi, fitofarmaci chimici di sintesi sono solo alcuni dei tanti prodotti lasciati in eredità dalla nostra esigenza di trovare tutto subito e al prezzo più basso possibile. Per fare un esempio di questa crescita esponenziale dell’uso di pesticidi in agricoltura e non solo, possiamo utilizzare uno studio del 2016 condotto da Charles M. Benbrook sul trend di utilizzo del glifosato a livello mondiale. Si passa da circa 56.3 milioni di chili di glifosato utilizzato in tutto il mondo nel 1994 a circa 825.8 milioni di tonnellate consumate durante il 2014. Questo erbicida, che inizialmente venne elaborato dalla Monsanto come arma da utilizzare nella guerra in Vietnam, è il pesticida più utilizzato al mondo e conosciuto anche con il nome commerciale Roundup. La sua azione è quella di seccare ogni cosa passi sotto il suo controllo: il glifosato viene infatti assorbito in poche ore dalle piante e il disseccamento di queste avviene in 10-12 ore. È un pesticida che viene assorbito per via fogliare ma che si trasferisce velocemente fino alle radici e quindi raggiunge anche il suolo e tutti i microrganismi che vi abitano. Per questo, al contrario di come pensano i fan del prodotto, il glifosato e gli altri prodotti chimici non agiscono solamente sulle erbacce che si desidera eliminare, bensì provocano un’alterazione inevitabile sull’habitat naturale in cui viene utilizzato, causando la morte e il deterioramento della fauna, dei microrganismi, dell’humus presente nel suolo e tutti i vertebrati e gli esseri viventi legati ad un determinato ecosistema. Il professore ordinario di botanica dell’Università Politecnica delle Marche, Fabio Taffetani e l’oncologa nonché membro del comitato scientifico Isde d’Italia, Patrizia Gentilini, hanno pubblicato un lavoro interessante nella rivista Il Cesalpino (41/2016). In questo studio ciò che richiama l’attenzione non è tanto il modo con cui il glifosato agisce sulle piante, bensì la sua capacità di resistere nel tempo nel suolo e la sua capacità di essere trasportato lontano, in altri ambienti. “Il glifosate è resistente alla degradazione chimica e alla fotodegradazione, è stabile per idrolisi tra pH 5 e 9, l’emivita nel terreno è di circa 65 giorni.”

Ciò significa che una volta utilizzate, le sostanze chimiche non possono essere eliminate dall’ambiente naturale. Esse finiscono nelle acque superficiali oppure entrano a far parte della catena alimentare poiché vengono utilizzate per produrre grandi quantità di mangimi che saranno poi ingeriti dagli animali con cui l’allevamento intensivo sfama una fetta consistente della popolazione mondiale. I danni all’uomo e alla funzionalità ambientale possono essere ricondotti all’effetto di “entropia semiotica esogena”, ossia la “rottura dell’omeostasi degli habitat naturali, con conseguente perdita della loro capacità di resilienza” (Taffetani, Gentilini 2016). Questo significa che, una volta introdotti nell’ambiente, i fertilizzanti e pesticidi chimici ne alterano notevolmente i meccanismi e le dinamiche, provocando danni sia nei sistemi agrari sia nelle aree urbanizzate. Se da un lato assistiamo alla perdita della biodiversità, all’eliminazione della composizione floristica delle commensali, all’aggravamento del dissesto idrogeologico e della franosità dei terreni, d’altra parte vediamo che le condizioni di salute dell’uomo peggiorano anno dopo anno. A causa dell’azione chelante1 del glifosato, ad esempio, le piante non riescono ad assorbire importanti nutrienti come Ca, Fe, Cu, Mn, MG poiché questi nutrienti minerali vengono legati al terreno e lì rimangono. Inoltre, i danni sulle cellule dei mammiferi a livello epatico, le interferenze endocrine e l’aumento dell’antibiotico resistenza a ceppi di escherichia coli e salmonella enterica tifoide mettono a dura prova la salute degli esseri umani (Gentilini, Taffetani 2016).

I prodotti chimici di sintesi sono l’arma principale con cui l’agricoltura integrata, o industriale, si è diffusa su scala mondiale. Per salvaguardare la nostra salute però, occorre fare alcuni passi indietro, al momento in cui il settore primario era in linea e al passo con i ritmi naturali. Occorre puntare le risorse e le energie sullo sviluppo di tipi di agricoltura diversi, da quella biologica a quella biodinamica, da quella sinergica, organica alla permacultura. Le soluzione e le alternative all’agricoltura industriale ci sono e vanno adottate ora, sia per salvaguardare interi sistemi naturali sia per permettere alle generazioni future di trovare una Terra sana in cui abitare. Se fino ad oggi la ricerca scientifica si è impegnata a trovare soluzioni veloci per facilitare la produzione degli alimenti nella maniera più economica possibile, ora più che mai l’azione della comunità scientifica deve convergere in un unico obiettivo: quello di trasformare l’economia lineare tipica dei sistemi capitalistici in un’economia circolare in cui prevalgano le interazioni e le relazioni di tutti gli organismi viventi.

L’emergenza da nuovo Coronavirus ci ha dimostrato nella maniera più cruenta possibile che dalla salute dell’ambiente naturale dipende anche la nostra salute, che un rapporto nocivo con l’esterno rischia di mettere in pericolo la vita di un’intera specie. Se ci sembra brutto pensare che nel giro di pochi mesi circa 400.000 esseri umani sono morti in tutto il mondo, dovrebbe provocarci altrettanto stupore pensare che a causa di un uso massiccio di input chimici stiamo mettendo a rischio l’esistenza di migliaia di specie fondamentali per preservare l’equilibrio della Terra. Uno degli insetti più importanti per la salute terrestre, l’ape, è anche quello più a rischio in un sistema in cui prevalgono diserbanti, insetticidi e fertilizzanti chimici. Uno studio condotto dai ricercatori dell’Imperial College di Londra, pubblicato sulla rivista Proceedings della Royal society, ha dimostrato che l’uso massiccio di insetticidi provoca delle malformazioni nello sviluppo celebrale delle api e dei bombi, causandone difficoltà di apprendimento, irrigidimento corporeo, paralisi e spesso la morte. Inoltre, come ci ricordano Taffetani e Gentilini, “l’impatto sulle api è particolarmente grave in quanto queste si trovano circondate per lunghi periodi da chilometri quadrati di terreni privi di fioriture, mentre solo in tarda estate fioriscono importanti distese di girasole, che forniscono grandi quantità di nettare e di polline, ma avvelenate da trattamenti con neonicotinoidi”. Se l’amore per queste piccole operaie non è sufficiente per cambiare paradigma, possiamo semplicemente fare riferimento a tutti quegli studi medici che dimostrano come l’aumento di malattie croniche degenerative, metaboliche, di casi di diabete e di autismo siano strettamente legati all’abuso e all’uso continuo di queste sostanze chimiche. Tumori alla tiroide, disfunzioni del sistema motorio e del nervoso centrale, alterazioni ed effetti cronici sul cervello in via di sviluppo sono solamente alcuni dei numerosi esempi a cui si può fare riferimento.2

Il problema principale che si riscontra nell’uso assiduo e convinto di sostanze chimiche è quello dei residui che queste sostanze lasciano negli alimenti. Infatti, anche se la quantità di pesticidi utilizzata in una coltura rientra nella soglia massima legalmente accettata, spesso nei cibi che arricchiscono le nostre tavole sono presenti più elementi chimici che, oltre a modificare il sapore e la qualità di ciò che mangiamo, nel tempo possono diventare nocivi per la nostra salute. Recenti studi su ortaggi e frutta hanno dimostrato come i valori di multiresiduo siano cresciuti negli ultimi anni, andando ad interessare circa il 40% della frutta e il 15% della verdura che compriamo. In un recente intervento online per Cambia La Terra, Patrizia Gentilini afferma che in una fragola si può trovare un massimo di nove sostanze chimiche, che il 61% dell’uva da tavola, il 64% delle pere e il 57% delle pesche sono campioni con multiresiduo. Anche se a livello europeo questo non risulta un problema, visto che i valori di ogni sostanza utilizzata rientra nella soglia della legalità e che solo l’1,2% degli alimenti analizzati risulta fuorilegge, la comunità scientifica è scettica e preoccupata per l’elevata concentrazione di sostanze chimiche.

Un altro problema a cui occorre fare riferimento è che, nonostante ci sia una legislazione che regolamenta l’utilizzo e la vendita dei pesticidi, la vendita illegale di pesticidi è in aumento in tutta Europa. L’Ufficio europeo di polizia (Europol) ha sequestrato circa 1346 tonnellate di pesticidi illegali, di cui 16.9 tonnellate sono state sequestrate nella provincia di Viterbo. Rispetto al 2019 il numero di pesticidi illegali sequestrati è raddoppiato. Questo è un dato spaventoso, poiché spesso nella vendita illegale di pesticidi e sostanze chimiche vengono scambiate anche sostanze illegali, come il clorpirifos, bandito da febbraio 2020 poiché in grado di causare malformazioni nello sviluppo cerebrale del bambino e di agire sui nostri ormoni, modulandoli e sostituendosi ad essi (Gentilini, 2020).

La lotta ai pesticidi è una necessità urgente per la nostra società, perché ci ritroviamo a dover combattere contro la perdita di biodiversità e di terreni fertili e i pesticidi sono in prima linea con le alterazioni dei sistemi naturali. Fortunatamente, l’Europa si sta muovendo a favore di tutti coloro che prediligono un metodo di fare agricoltura in linea con le necessità dell’ambiente, e le strategie messe in atto recentemente sono un segnale di svolta positiva. Con il piano strategico “Farm to Fork”, l’Europa si impegna a ridurre del 50% l’uso di pesticidi, del 20% i concimi di sintesi chimica, del 50% gli antibiotici negli allevamenti e inoltre si è posta l’obiettivo di aumentare del dieci percento le infrastrutture verdi e di portare al 25% la superficie coltivata dedicata al biologico, attualmente all’8%. Inoltre, con la strategia per salvaguardare la biodiversità, l’Europa si è posta l’obiettivo di piantare circa 3 miliardi di alberi, di combattere in prima linea il traffico degli animali selvaggi, di aumentare del 30% le terre e del 30% i mari considerati “aree protette”, di sviluppare nuovi Piani urbani per lo sviluppo del verde e di recuperare quanto più possibile le acque superficiali.

Questi obiettivi sono molto pretenziosi, ma con la collaborazione concreta di tutti gli stati e con uno sforzo razionale del Governo, possono segnare una svolta nella lotta al cambiamento climatico. Mentre aspettiamo di conoscere le misure concrete contenute nella nuova Politica Agraria Comune a sostegno degli agricoltori, possiamo impegnarci a compiere delle scelte consapevoli e ben ponderate, a sostegno di coloro che già da tempo hanno scelto la via del biologico e della salute. Quello che tutti noi possiamo fare per dare il nostro contributo a questa lotta contro le sostanze chimiche alteranti, è di scegliere ogni giorno di condurre un’alimentazione sana, equa e qualitativamente migliore. Prediligere i piccoli produttori locali che si dedicano a un’agricoltura estensiva, scegliere di non comperare marchi industriali che alimentano il mercato della GDO e dell’agricoltura intensiva industriale, informarsi su quali sostanze sono presenti nei cibi che mettiamo a tavola, per sapere cosa evitare e cosa preferire, sono azioni importanti che possono cambiare la nostra storia e la nostra vita. Inoltre, ogni giorno possiamo scegliere di fare del bene all’ambiente: scegliendo di spostarci a piedi, di limitare il consumo e lo spreco di acqua, organizzando vacanze “sostenibili” e dedicandoci alla cura e alla rigenerazione di aree verdi precedentemente abbandonate, solo per fare alcuni esempi. D’altronde la questione ambientale non è una cosa che riguarda solamente la categoria degli ambientalisti o degli animalisti: nella lotta contro lo sfruttamento della Terra tutti dobbiamo muoverci in prima linea perché tutti facciamo parte dello stesso ambiente, dello stesso pianeta. Una Terra in salute popolata da organismi e specie diverse che vivono in sinergia è un vantaggio per noi, per la nostra salute, per il nostro futuro.

1 Una sostanza chelante è una sostanza le cui molecole possiedono due gruppi capaci di legarsi a uno stesso atomo metallico.

2 Intervento di Paola Gentilini al webinar Salute pubblica e pesticidi nel cibo: veramente il multiresiduo non fa male? Del 18 maggio 2020, organizzato da Cambia la Terra!, un progetto di divulgazione e informazione promosso da FederBio