Giugno 15, 2020

“La Terra è la mia preghiera”, di Massimo Orlandi: secondo consiglio di lettura

By Silvia Uguccioni

La terra è la mia preghiera, vita di Gino Girolomoni, padre del biologico“, è un libro di Massimo Orlandi pubblicato per Emi nel 2014. Consigliamo questa lettura perché attraverso una precisa rievocazione dei fatti principali che hanno scandito la vita di Gino Girolomoni, e soprattutto attraverso le testimonianze di amici, familiari, e di Gino Girolomoni stesso, le cui parole sono costantemente presenti nel testo, vengono delineati i vari volti di un uomo che fu contadino, imprenditore, fervido credente, pioniere del biologico o, come preferiva definirsi, “poeta religioso”. 

Nato il 13 agosto 1946 in un casolare a Isola del Piano, un comune a ridosso dei monti delle Cesane a 20 chilometri da Urbino, Gino Girolomoni ne fu sindaco dal 1970 al 1980. In questo periodo spese tutte le sue forze per richiamare energia e attenzione sui temi del mondo che più sentiva suo, quello contadino, e che sembrava prossimo a scomparire. L’abbandono della campagna a favore della ricerca di un raggiungibile benessere nelle città aveva dimezzato la popolazione in vaste aree del paese e questo si accompagnava a una sempre più pesante stigmatizzazione nei confronti dei contadini, cui anche un intellettuale di spicco come Alberto Moravia addossava il “marcio” che resta nel paese. In tutta risposta a questo momento di crisi, Gino riuscí a rendere Isola di Piano un punto di riferimento per tutti coloro che volevano riflettere sulla dignità del vivere in campagna e sui modi in cui i nuovi metodi di produzione stavano cambiando l’alimentazione e la vita delle persone

Organizzò nel 1973, con il sostegno e la partecipazione dei suoi concittadini, una “esposizione di attrezzature agricole tradizionali e degli strumenti che ancora si fanno”, che nel 1974 approdò al Palazzo Ducale di Urbino. Sempre nel ’74, inviò una lettera a tutti gli intellettuali del Paese invitando chiunque avesse a cuore “la sorte dei contadini” a scambiarsi opinioni, stringere amicizie. Quindi radunò a Isola del Piano tutti coloro che gli avevano risposto favorevolmente per una rappresentazione teatrale in cui “la campagna avrebbe messo in scena se stessa”. Decise di rivolgersi agli intellettuali, a eminenti uomini di scienza e di fede, perché sapeva che per restituire dignità al mestiere dell’agricoltore era necessario un dibattito pubblico e culturale ampio, che doveva sfondare i confini di Isola del Piano. 

Ma è fondamentale ricordare che nella vita di Gino Girolomoni questi eventi si intrecciano sempre con una fede fervida che fin dall’adolescenza trova un luogo simbolico prediletto: il monastero di Montebello, nella collina appena sopra Isola del Piano. Il giovane Gino ne scopre i ruderi a 14 anni: di quel che resta del monastero, proprio sulla sommità del colle di Montebello, gli rivela la storia un libro prestatogli da un anziano sacerdote, don Bramante Ligi: 1377, Pietro Gambacorta, giovane rampollo pisano di nobile famiglia, gira ramingo per l’Italia e dopo aver imparato a vivere in solitudine, stabilisce proprio nel luogo in cui sorge il monastero una comunità che diverrà presto ordine monastico: quello dei Girolamini. Sull’onda dell’esperienza del beato Pietro, di chiese e conventi ne nascono tanti, ma con l’Unità d’Italia lo Stato confisca i beni dell’Ordine, e il monastero perde la sua linfa vitale. Recuperarlo, riportarlo in vita, diviene quindi un imperativo categorico per Gino, che farà di questo luogo il punto nevralgico dei suoi sogni e dei suoi progetti. Nel 1971, durante il suo primo anno come sindaco, ne ottiene una metà in comodato d’uso gratuito. Sul finire dell’esperienza dell’amministrazione comunale, si accolla un grosso debito per acquistarne la restante metà e vi si trasferisce insieme alle mucche appena acquistate dall’amico Ivo Totti, la cui azienda biodinamica fu fonte di ispirazione per Gino che si avviava a diventare imprenditore. 

Dopo anni di confronti infatti, Girolomoni capí che era necessario creare delle condizioni di lavoro che potessero attrarre i giovani nei luoghi da cui apparentemente sarebbero dovuti scappare.

Creare un’impresa che producesse cibo sano rispettando i ritmi della natura e i saperi tramandati di generazione in generazione avrebbe permesso di recuperare i costi di produzione tramite un prezzo più alto giustificato dalla genuinità del prodotto. In un momento storico in cui la chimica si era presa il controllo di tutto il ciclo produttivo del cibo, la rivoluzione di Gino fu il ritorno alla tradizione. E al centro di questo progetto doveva esserci proprio il monastero, il cui “appello a risorgere dalle antiche rovine é stato per Gino una vocazione religiosa di ritorno alla terra come culto reverenziale per l’Universo e per il suo Creatore”. Vi si stabilì quindi nel ’76 con la moglie Tullia e il primogenito Samuele. Di pari passo, l’anno successivo riunì amici e parenti dagli ideali condivisi e nel luglio ’77 nacque una cooperativa agricola chiaramente fondata sul biologico: Alce Nero. Il nome della cooperativa non poteva che rispecchiare le battaglie in cui Gino si era speso fino a quel momento: Alce Nero è un capo Sioux, rappresenta la storia di un popolo che combatte perché cacciato dalle proprie terre, un popolo che vive in sintonia con la natura. 

Per questa azienda dagli ideali precisi portare avanti tutti i principi del biologico prima che la parola stessa “biologico” apparisse nelle leggi dello Stato italiano non fu affatto facile. Seguirono anni di sequestri perché la pasta di Montebello era troppo poco raffinata. A queste accuse ne seguirono presto altre: Alce Nero non avrebbe dovuto usare la parola “biologico”: con questa si rischiava un inganno nei confronti del consumatore. Ma nonostante le difficoltà la cooperativa continuò a crescere, soprattutto all’estero e soprattutto in seguito all’approvazione da parte del Parlamento Europeo sul regolamento biologico, che tra il ’91 e il ’92 definisce le caratteristiche del settore attribuendo anche i primi contributi economici.

Furono anni in cui Girolomoni si spese in conferenze in tutta Italia a sostegno del biologico, anni di promozione di associazioni marchigiane e mediterranee per l’agricoltura biologica, anni in cui la proposta di legge sugli Ogm lo convinse anche ad addentrarsi nel mondo della politica insieme ai Verdi, gli unici in Parlamento che avevano posto in primo piano la questione ambientale. 

Le intuizioni di Gino si rivelarono quindi portatrici di un’istanza sentita, sia da parte dei produttori che da parte dei consumatori: il nascente settore crebbe esponenzialmente fino al 2001 quando, sull’effetto “Mucca pazza” le aziende biologiche superarono la soglia dei 60.000, creando una fetta di mercato agroalimentare completamente libera da sostanze chimiche e dallo sfruttamento delle multinazionali che imponevano, e impongono, prezzi risibili ai produttori che conferiscono la merce. In quest’ottica, fu rivoluzionaria la convinzione di Gino per cui era necessario avere sotto controllo tutto il ciclo produttivo: nell’89, compiendo un azzardo rischioso, decise infatti di costruire il pastificio che avrebbe permesso di completare la produzione della pasta direttamente in azienda. La collocazione del pastificio è chiaramente emblematica: nel cuore della tenuta di Montebello, distante dai principali assi viari, fu una scelta motivata dal punto di vista produttivo per la presenza di una sorgente d’acqua e da quello territoriale perché il pastificio stava offrendo allettanti prospettive lavorative agli abitanti della campagna. 

Ma nonostante questi passi in avanti gli scompensi finanziari crearono non pochi problemi per l’azienda che, dopo il fallimento della creazione di una nuova società insieme ad una cooperativa emiliana di produttori di miele, fu sofferentemente costretta a cedere il marchio. 

Da questa sconfitta si profilò una nuova rinascita che porta il nome del monastero: il nuovo logo dell’azienda è infatti un Q stilizzata che ne riproduce la pianta e ricorda quanto questo luogo di silenzio e rinascita fu centrale nel sogno di Gino Girolomoni e di Alce Nero.

Le varietà di grano utilizzate dall’azienda sono state scelte accuratamente per esser sfuggite alla manipolazione. Consigliamo qui di scoprirne le storie leggendo l’appassionato libro di Massimo Orlandi o andando direttamente in azienda. Sul colle di Montebello infatti, dopo la morte di Gino Girolomoni nel marzo 2012, grazie ai figli e all’impegno di tanti, prosegue la storia della cooperativa, del pastificio e della locanda, che negli anni hanno attirato la curiosità di tanti. Frequenti gli eventi e i laboratori didattici, che mostrano direttamente al consumatore il ciclo produttivo della pasta, sulla cui etichetta oggi compare proprio il volto di Gino Girolomoni. In quanto studenti del corso sull’agricoltura biologica promosso dall’università di Urbino, anche noi abbiamo trovato fondamentale fare tappa presso l’azienda di Montebello e visitarne i luoghi, che raccontano l’amore per la terra di coloro e che vi hanno lavorato e vi lavorano con passione e fatica. Abbiamo trovato altrettanto fondamentale parlarvi di Gino Girolomoni che proprio nel nostro territorio ha portato avanti con forza le prime battaglie per molte delle idee in cui crediamo. 

“Mangiare non è soltanto piantare, raccogliere, trasformare e cuocere il cibo. Mangiare è dono, spiritualità, amicizia, fraternità, bellezza, calore, colore, sapienza, semplicità, compagnia”. 
(Gino Girolomoni)