Luglio 6, 2020

Il giusto prezzo del cibo. La campagna di Slow Food

By Federica Bilancioni

Slow Food Youth Network Italy ha lanciato la campagna “Dieta caporalato free” per aumentare la consapevolezza sul giusto prezzo del cibo e incentivare filiere alimentari più eque. Attraverso i canali social, i ragazzi di Slow Food cercano di offrire degli approfondimenti per conoscere gli attori, le responsabilità e le storture di un sistema nel quale ogni consumatore riveste un ruolo fondamentale.

La campagna di Slow Food per un cibo senza sfruttamento

“Il cibo che consumiamo giornalmente arriva nel nostro piatto attraverso filiere di cui, troppo spesso, non conosciamo la natura. Siamo capaci di capire quando, dietro quello che mangiamo, si nasconde lo sfruttamento di migliaia di braccianti?”. Con questa domanda di fondo è partita la campagna di Slow Food, il più attivo movimento italiano in ambito alimentare. L’obiettivo è quello di stimolare un tipo di consumo libero da sfruttamento.

La legge contro le aste a doppio ribasso

Uno dei meccanismi descritti dalla campagna di Slow Food è la pratica del doppio ribasso, attraverso cui i competitor della GDO si aggiudicano la commessa proponendo il prezzo più basso. Il prezzo del prodotto finale viene quindi stabilito prima ancora di sapere quanto sarà pagata la materia prima. A rimetterci sono ovviamente i soggetti più deboli della filiera, ovvero i lavoratori agricoli, che ricevono paghe irrisorie (fino a 2€ giornalieri), come spesso documentato dal sindacalista agricolo Aboubakar Soumahoro.

Nel 2019 è stata approvata alla Camera una proposta di legge che punta a bloccare questo meccanismo di sfruttamento, in linea con la direttiva (UE) 2019/633. Se venisse approvata anche in Senato, questa legge rappresenterebbe un primo risultato verso il riconoscimento di dignità e valore aggiunto lungo tutta la filiera, oltre ad offrire maggior trasparenza al consumatore finale. Le seguenti grafiche, chiare ed incisive, riassumono il meccanismo delle doppie aste al ribasso.

L’esempio della passata di pomodoro

Di conseguenza, la campagna cerca di evidenziare le distorsioni di questo ed altri meccanismi utilizzati abitualmente per far arrivare il cibo nelle nostre tavole. È stata scelta la passata di pomodoro, prodotto simbolo del caporalato e dello sfruttamento, per mostrare i costi nascosti della filiera agroalimentare: “Il prezzo basso dei prodotti alimentari è la punta di un iceberg che nasconde, troppo spesso, abusi ai danni degli anelli più deboli delle filiere. E, anche se non è tutto, il prezzo che paghiamo per una passata di pomodoro può indicare quanto è stato retribuito il lavoro che c’è dietro quella bottiglia”.

I costi nascosti del cibo: le esternalità

La campagna di Slow Food mette in luce una delle problematiche chiave legate al prezzo del cibo: lo sfruttamento dei lavoratori. Ci teniamo a sottolineare che altrettanto rilevante per la definizione del prezzo finale è il rispetto dell’ambiente. L’uso di materie chimiche ed inquinanti per ottenere quanto più prodotto nel minor tempo possibile fa scendere drasticamente il prezzo, ma provoca dei danni sul lungo periodo in termini ambientali e di salute.

Tutti questi costi vengono chiamati dagli esperti “esternalità”: sono costi che non risultano nel costo finale del prodotto ma che qualcuno – l’ambiente, i lavoratori o la società nel suo insieme – dovrà comunque pagare. Il consumatore non ne è consapevole a causa della cosiddetta “asimmetria informativa”: il venditore si trova in una situazione vantaggiosa rispetto all’acquirente, perché il primo detiene tutte le informazioni dei costi della filiera, mentre il secondo ne è all’oscuro e non sa quindi valutare quale dovrebbe essere il giusto prezzo dei prodotti che trova sugli scaffali.

La campagna di Slow Food ha quindi il pregio di raccontare alla popolazione perché alcuni prodotti risultano più costosi di altri. Non sono i prodotti biologici o “caporalato free” a costare troppo, bensì il resto del cibo offerto dalla GDO a costare troppo poco. Campagne come queste mettono in luce le problematicità che stanno dietro alla filiera agroalimentare e allo stesso tempo puntano ad offrire delle alternative basate sul rispetto dei lavoratori e dell’ambiente. Solo aumentando la consapevolezza si può sperare che i consumatori siano disposti a pagare un prezzo più equo per i prodotti che ogni giorni mettono in tavola.